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	<title>comportamento Archivi - Chiara Zani</title>
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		<title>Perchè il mio bambino fa i capricci?</title>
		<link>https://chiarazani.it/perche-il-mio-bambino-fa-i-capricci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 11:30:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Molte volte sembra che adulti e bambini parlino lingue diverse, non riuscendo a capirsi su alcune cose che vengono vissute dal bambino in un modo e dal genitore/insegnante in un altro. E&#8217; il caso dei capricci. Molto spesso questi vengono letti dagli adulti come un  segnale di sfida, mentre la maggior parte delle volte significano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Molte volte sembra che adulti e bambini parlino lingue diverse, non riuscendo a capirsi su alcune cose che vengono vissute dal bambino in un modo e dal genitore/insegnante in un altro.<br />
E&#8217; il caso dei capricci.<br />
Molto spesso questi vengono letti dagli adulti come un  segnale di sfida, mentre la maggior parte delle volte significano altro.<br />
Spesso i capricci <strong>nascondono un disagio fisico o <a href="https://chiarazani.it/cibo-ed-emozioni/">emozioni</a> quali la tristezza e la rabbia</strong>.<br />
Per questo è importante che i genitori imparino ad osservare il bambino, per comprendere il motivo dei suoi capricci. Così facendo possono spiegarlo anche a loro, aiutandoli a accogliere e restituire le emozioni che provano.<br />
Oltre all&#8217;ascolto, ci sono una serie di modalità che possono essere adottate nella relazione con i bambini, in particolare quando si tratta di capricci.<br />
Ad esempio quando si parla con loro, abbassarsi e guardarli negli occhi, per evitare che ci sia una disparità nella relazione, anche dal punto di vista fisico.<br />
Inoltre è sempre bene <strong>spiegare loro perché qualcosa non si può fare</strong>, questo li rende tranquilli e crea una routine. Inoltre permette loro di accrescere la fiducia negli adulti e costruire uno schema personale rispetto alla giornata.<br />
Un altro aspetto fondamentale riguarda i <strong>limiti</strong>, da dare sempre ai bambini, anche quando sembrano troppo piccoli. Prima il bambino si sentirà contenuto, prima capirà quali sono i suoi confini. Tale aspetto è fondamentale anche per la sua crescita, è bene che impari che ci sono dei confini e che non può avere tutto ciò che desidera.<br />
Diversamente il rischio è che qualche anno dopo, in particolare durante l&#8217;adolescenza, non accetti le limitazioni date dal mondo esterno e quindi fatichi a gestire le relazioni con i pari o con la scuola, secondo agente educativo, dopo i genitori.</p>
<h2>Cosa fare quando una crisi di capricci è finita?</h2>
<p>La tendenza di molti genitori è quella di rimanere con il broncio e pieni di rancore, ma questo fa male sia all&#8217;adulto, che al bambino. Il primo, infatti, rimane nervoso e teso e il bambino può provare una forte ansia. Non c&#8217;è nulla di più angosciante per un bambino che sapere che il proprio genitore è ancora arrabbiato per una cosa che è successa tra loro.<br />
Un ottimo strumento, quindi, potrebbe essere <strong>l&#8217;abbraccio</strong>. L&#8217;abbraccio dona calore, ma comunica anche il messaggio che i genitori ci sono, nonostante il bambino si arrabbi a volte in modo molto forte.<br />
E&#8217; una prova d&#8217;amore e di continuità, ancora più significativa a fronte di una difficoltà nella relazione.</p>
<p>Un&#8217;altra riflessione che aiuta a ridimensionare i capricci dei bambini possiamo farla pensando alla nostra esperienza.<br />
Quante volte, se siamo stanchi, se la giornata è andata storta o se proviamo delle emozioni che non riusciamo a comunicare, <strong>anche noi facciamo i capricci?</strong><br />
Non li facciamo come li fanno i bambini, ma a nostro modo comunichiamo all&#8217;altro che non stiamo bene e che è meglio non insistere su alcune cose. E solo con il tempo l&#8217;altro ci conosce e comprende qual è la modalità da adottare con noi quando siamo stanchi o frustrati.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è quello di provare a usare modalità che sciolgano il malessere, ma sempre con l&#8217;idea che, se nemmeno noi riusciamo a affrontare ogni situazione con maturità, come possono farlo i bambini?<br />
Così come per gli adulti essere genitori è un lavoro che si impara piano piano, anche per i bambini, <strong>gestire il proprio malessere e poterlo comunicare è un lavoro lento e graduale</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;">Prenota un consulto</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se vuoi approfondire la tematica dei capricci dei bambini con la dott.ssa Chiara Zani psicologa e psicoterapeuta puoi prenotare un consulto a Rovato attraverso la pagina dei <a href="https://chiarazani.it/">contatti</a></p>
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		<title>Cos&#8217;è la dipendenza affettiva e come superarla</title>
		<link>https://chiarazani.it/cose-la-dipendenza-affettiva-e-come-superarla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Sep 2019 12:31:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché a volte una persona può star bene solo in presenza di un&#8217;altra? Perché da sola si sente persa e svuotata? Perché non sa più cosa le piace e quali sono i suoi obiettivi? In questi casi si parla di &#8220;dipendenza affettiva&#8221;, che non è, come le altre dipendenze, legata ad un oggetto (alcol, sostanze..), [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Perché a volte una persona può star bene solo in presenza di un&#8217;altra? Perché da sola si sente persa e svuotata? Perché non sa più cosa le piace e quali sono i suoi obiettivi?<br />
In questi casi si parla di &#8220;dipendenza affettiva&#8221;, che non è, come le altre dipendenze, legata ad un oggetto (alcol, sostanze..), ma ad una persona e alla relazione che instaura con essa.<br />
Questo funzionamento è molto rischioso per il benessere della persona &#8220;dipendente&#8221;, perché finché l&#8217;altro è presente, sembra che tutto vada per il meglio, ma se l&#8217;altro si allontana vengono meno la propria autostima e la fiducia in sé.<br />
Ecco perché molte relazioni sembrano lasciare un vuoto incolmabile: se pensiamo di poter star bene solo in presenza dell&#8217;altro, non saremo mai pienamente completi e adulti.<br />
Una relazione sana non può essere così sbilanciata e dare all&#8217;altra persona il potere di dirigere il nostro benessere.<br />
Questo accade perché uno dei due, il &#8220;dipendente&#8221;, non riesce a riconoscere le proprie risorse e la possibilità di pensare, scegliere ed agire autonomamente e in maniera efficace. Così quando incontra un&#8217;altra persona, che spesso appare più forte e determinata, si affida completamente, pensando che il suo amore possa rafforzarla e sostenerla.<br />
Se la relazione funziona, il &#8220;dipendente&#8221; si sente protetto e sicuro, ma se l&#8217;altro decide di allontanarsi o chiudere, si sentirà svuotato e si chiederà cosa non lo rende adeguato. Così facendo emergeranno una serie di timori, da quello del &#8220;non essere abbastanza&#8221;, a quello del rimanere solo, pensando di non meritare le attenzioni e l&#8217;amore di nessuno.<br />
Se il dipendente affettivo non viene aiutato a ridimensionare questi pensieri e le emozioni correlate, tenderà ad accettare ogni relazione, anche se non lo soddisfa a pieno, purché trovi ancora qualcuno che lo &#8220;accetti&#8221;. Si parla di accettazione non perché il dipendente affettivo sia un peso che poche persone riescono a sostenere, ma perché lui si sente così: non degno di attenzioni e cure, senza risorse e quindi in dovere di sottostare a chi decide di avere una relazione con lui.</p>
<p>La dipendenza affettiva è declinata soprattutto al femminile, ma esistono casi anche negli uomini, anche se hanno caratteristiche e manifestazioni comportamentali un pò diverse.<br />
Nonostante le fasce d&#8217;età delle donne coinvolte possano essere diverse, tra loro hanno alcune caratteristiche comuni:<br />
• fragilità<br />
• bisogno di conferme<br />
• scarsa autostima<br />
• paura di essere lasciate<br />
• tendenza alla iperresponsabilizzazione<br />
• famiglie d&#8217;origine problematiche (abusi sessuali, maltrattamenti fisici o psicologici, storia di alcolismo, bulimia o altre dipendenze nei genitori)</p>
<p>Un&#8217;altra precisazione riguarda il periodo e la durata di alcuni comportamenti: nelle fasi dell&#8217;innamoramento, infatti, alcuni ricercatori hanno individuato la presenza di sintomi simili a quelli dei disturbi di dipendenza affettiva, tra cui euforia, desiderio, dipendenza emotiva e fisica.<br />
Tuttavia è quando queste caratteristiche diventano rigide e costanti, che emerge l&#8217;aspetto disfunzionale e patologico della relazione. Si perdono la propria individualità e il contatto con i propri bisogni, che vengono messi da parte, pur di essere accettati dall&#8217;altro.</p>
<p>Per modificare questo funzionamento è bene confrontarsi con qualcuno, condividere i propri vissuti e nei casi più radicati rivolgersi ad un professionista. In questi casi il lavoro terapeutico mira a ricostruire nella persona dipendente un senso di amabilità, valore personale e la capacità di essere agente di se stesso e delle proprie azioni.</p>
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		<title>Saper ridere</title>
		<link>https://chiarazani.it/saper-ridere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 11:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una società in cui le persone sono abituate a programmare e controllare ogni aspetto della propria vita, può sembrare paradossale che il senso dell&#8217;umorismo rappresenti un&#8217;importante risorsa personale. Eppure la capacità di interpretare gli eventi mettendone in evidenza gli aspetti divertenti non significa affrontare le situazioni con superficialità. L’umorismo era considerato anche da Freud [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In una società in cui le persone sono abituate a programmare e controllare ogni aspetto della propria vita, può sembrare paradossale che il senso dell&#8217;umorismo rappresenti un&#8217;importante risorsa personale.<br />
Eppure la capacità di interpretare gli eventi mettendone in evidenza gli aspetti divertenti non significa affrontare le situazioni con superficialità.<br />
L’umorismo era considerato anche da Freud un meccanismo di difesa maturo, che permette di ridurre l’ansia e l’angoscia derivante da situazioni stressanti, di  interpretare e affrontare le situazioni in modo creativo.<br />
I vantaggi dell&#8217;umorismo riguardano in particolare:<br />
-Benessere psicofisico:<br />
ridere ha molti effetti fisiologici, quali produzione di endorfine, contrazione e distensione della muscolatura volontaria e involontaria, aumento e rallentamento rapido del battito cardiaco, ossigenazione del sangue. Inoltre favorisce una particolare attività elettrica cerebrale, analoga a quella che si realizza quando si risolvono dei problemi e si ha una sensazione di autoefficacia.<br />
-Autostima:<br />
imparare a ridere di sé può allentare le tensioni interne e portare ad accettare anche le proprie imperfezioni. Alcuni studi condotti sull’umorismo e la valutazione del sé concludono che alti livelli di senso dell&#8217;humour sono correlati ad altrettanto alti livelli di stima di sé e bassi livelli di percezione dello stress. Questo anche perché ridendo si fa prevalere il piacere sulle avversità delle circostanze reali e si sperimenta una maggiore padronanza su ciò che accade.<br />
-Socialità:<br />
Producendo un clima piacevole, l&#8217;umorismo riduce la possibile distanza tra le persone e permette uno scambio spontaneo ed autentico . Inoltre, durante gli eventi stressanti, può unire le persone e aiutarle a trovare un&#8217;adeguata strategia per affrontare la situazione critica.</p>
<p>Ovviamente l&#8217;umorismo è disfunzionale se diventa l&#8217;unica modalità con cui vengono affrontate le situazioni difficili o un modo per negare la realtà. Diversamente è uno degli strumenti che possediamo e utilizziamo da bambini e che perdiamo gradualmente nel corso della crescita, pensando non sia indispensabile.<br />
Invece saper guardare anche ai propri insuccessi con umorismo permette di non catastrofizzare le situazioni, rimanendo bloccati senza possibilità di cambiamento. Analizzare i propri difetti da un punto di vista critico ma comunque umoristico, permette di accettare i propri sbagli e rimettere in moto le energie necessarie per ripartire, senza il timore di sbagliare ancora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cibo ed emozioni</title>
		<link>https://chiarazani.it/cibo-ed-emozioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2018 10:21:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante il cibo sia il grande protagonista di feste di famiglia, trasmissioni tv, fotografie e social, spesso le persone non sono consapevoli di alcuni aspetti che lo riguardano. Ci sono delle azioni, delle cose che diciamo o pensiamo che si ripetono nelle diverse giornate e che impediscono di migliorare il nostro rapporto con il cibo. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante il cibo sia il grande protagonista di feste di famiglia, trasmissioni tv, fotografie e social, spesso le persone non sono consapevoli di alcuni aspetti che lo riguardano.<br />
Ci sono delle azioni, delle cose che diciamo o pensiamo che si ripetono nelle diverse giornate e che impediscono di migliorare il nostro rapporto con il cibo. Ad esempio, avere l&#8217;abitudine di mangiare velocemente o mentre si usano il cellulare o il computer. Un&#8217;altra tendenza sempre più diffusa è quella di seguire diete facilmente reperibili su internet o passate da amici e conoscenti, perdendo così la possibilità di sentire cosa soggettivamente fa bene a una persona, che può non far bene ad un&#8217;altra.<br />
Il modo di mangiare dovrebbe essere la prima forma di cura di sé, un&#8217;azione quotidiana in cui considerare soprattutto i propri bisogni. Ognuno di noi sa che quanto, quando e cosa mangiamo è influenzato dalle nostre emozioni.<br />
Spesso ci si rifugia nel cibo per riempire un vuoto o quando si prova ansia, mentre l&#8217;obiettivo dovrebbe essere imparare ad ascoltare di più le nostre emozioni e mangiare con consapevolezza. Sapere che ci sono diversi tipi di fame, da quella dello stomaco, che può essere dettata dalla tensione o da un reale segnale di fame, a quella del cuore, per cui alcuni cibi ci piacciono di più perché ce li preparavano quando eravamo bambini. Sapere che in alcune occasioni saremo tentati a mangiare di più, ad esempio se litighiamo con qualcuno e se siamo molto stressati. E&#8217; bene esserne consapevoli per poter introdurre modalità nuove e diverse di agire, piuttosto che ripetere gli stessi schemi ed usare il cibo come rifugio. Pensare ad attività alternative al mangiare, cui ricorrere nei momenti di crisi; non ci sono consigli universali, perché anche rispetto a questo è bene partire da ciò che soggettivamente fa star bene, che può essere molto diverso da persona a persona. C&#8217;è chi potrebbe star bene facendo una chiacchierata con un amico, chi uscendo a fare una passeggiata.<br />
Il cibo, infatti, riguarda oltre che il rapporto con sé, anche il rapporto con gli altri. Sia perché spesso vi ricorriamo quando le relazioni non sono soddisfacenti, sia perché le persone che ci circondano influenzano il modo in cui mangiamo o come vediamo il nostro corpo, facendo osservazioni sul nostro aspetto o sul nostro peso che possono portarci anche ad offenderci ed arrabbiarci.<br />
Questo accade prima di tutto perché noi stessi siamo talvolta molto rigidi ed esigenti, ponendoci obiettivi ideali e irraggiungibili sul peso e sulla forma fisica. Così facendo i pensieri critici e le emozioni negative impediscono di vivere in modo sereno il rapporto con il cibo. E&#8217; bella, invece, l&#8217;idea che le emozioni negative siano come nuvole passeggere, che anche se arrivano, non ci turbano troppo e possiamo osservarle allontanarsi piano piano da noi, permettendoci di concentrarci su cosa ci fa star bene.</p>
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		<title>Quando la mente mente</title>
		<link>https://chiarazani.it/quando-la-mente-mente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 11:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri e benessere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il modello cognitivo nasce verso gli anni ’60, vari autori hanno contribuito a costruirne le basi, tra cui Beck, che si rese conto che le persone reagiscono a dei pensieri inespressi e poco consapevoli innescando delle emozioni specifiche. Questi pensieri sono chiamati pensieri automatici: si attivano in modo autonomo e sono difficili da eliminare, perché [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il modello <a href="https://chiarazani.it/">cognitivo</a> nasce verso gli anni ’60, vari autori hanno contribuito a costruirne le basi, tra cui Beck, che si rese conto che le persone reagiscono a dei pensieri inespressi e poco consapevoli innescando delle emozioni specifiche.</p>
<p>Questi pensieri sono chiamati pensieri automatici: si attivano in modo autonomo e sono difficili da eliminare, perché presentano contenuti che le persone credono essere veri.</p>
<p>L’aspetto più interessante è che sono in grado di attivare velocemente delle risposte emotive, diventando con il passare del tempo e il ripetersi di esperienze simili, strategie automatiche e inconsapevoli. Il risultato è che questi pensieri influenzano l’interpretazione della realtà, facendola diventare proprio come la temiamo e portandoci a dubitare delle nostre capacità, orientando il nostro funzionamento.<br />
Per questo motivo è importante imparare a prendere distanza dai propri pensieri e riflettere sul fatto che spesso non dubitiamo della loro veridicità, considerandoli dati di realtà.</p>
<p>Quando un problema si ripete nel tempo, portando con sé emozioni negative, occorre quindi riflettere sui pensieri, osservarli e considerarli come ipotesi, per poi ricercare prove di realtà che li confermino o meno.<br />
Ciò che accade in modo automatico non permette di avere modi diversi di comportarsi, ma è proprio l’atteggiamento che abbiamo verso i nostri pensieri a determinarne l’influenza: più riconosciamo alcuni nostri meccanismi e più evitiamo di essere travolti da ciò che pensiamo, trovando così risposte meno automatiche e più consapevoli.</p>
<p>Le persone si orientano nel mondo in base alla mappa che si sono costruite, che permette di attribuire significato all’esperienza, ma la mappa può non descrivere in modo reale il territorio.<br />
Questo dovrebbe portare la persona a capire qual è la modalità che mette in atto per mantenere il problema, individuando i pensieri automatici per poi cercare di destrutturarli, trovando pensieri alternativi che dovrebbero corrispondere a un nuovo comportamento adulto, realistico ed adattivo.<br />
Per individuarli può essere utile fare un elenco di tutti i pensieri alternativi, fissando quello che sollecita maggior benessere.</p>
<p>A questo proposito ci sono alcune domande che è utile farsi:</p>
<ul>
<li>Che cosa è evidente?</li>
<li>La realtà sostiene quello che penso?</li>
<li>Che punti di vista alternativi ci sono?</li>
<li>Ce ne sono di più corretti?</li>
<li>Qual è l’effetto del mio modo di pensare? In che modo influenza le mie emozioni?</li>
<li>Quali errori di pensiero sto facendo?</li>
</ul>
<p>Una volta affrontati questi passaggi, dovrebbe essersi verificata una diminuzione delle emozioni negative; per mantenere stabile il risultato ci si può successivamente soffermare sull’origine dei problemi, che va ricercata in esperienze significative del passato.<br />
La maggior parte di queste esperienze avvengono durante l’infanzia, periodo in cui si è più vulnerabili agli stimoli ambientali e vengono poi rinforzate da eventi di vita simili, che rappresentano una “profezia che si autoavvera”.</p>
<p>Si genera così un circolo vizioso, che può essere interrotto solo riconoscendo i contesti in cui la convinzione di base si attiva, analizzando le sensazioni e le emozioni che produce.<br />
L’obiettivo del lavoro con la terapia cognitiva è sviluppare la capacità di osservare i propri pensieri, le emozioni e i comportamenti associati per raggiungere una buona consapevolezza e mettere in campo delle risorse nuove.</p>
<p>E&#8217; possibile prenotare un appuntamento con la dott.ssa Chiara Zani Psicologa e Psicoterapeuta V. M. Coffetti, 21 &#8211; <strong>Duomo di Rovato (BS) telefonando al 333 70 85 249 o scrivendo una email: <a href="mailto:info@chiarazani.it">info@chiarazani.it</a></strong></p>
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